re: pksoft.it per il sociale - commento di achille della ragione

Luglio 3rd, 2009

Sull’abbandono dei cani in estate :: pksoft.it per il sociale

Cari lettori,
Achille della ragione nel suo commento al mio post sulla piaga dell’abbandono dei cani in estate, ci mostra crudamente la la natura umana, bieca ed ipocrita. Ci descrive gli atteggiamenti e la psicologia del reo che ha deciso di abbandonare il cane di casa. Ci spiega che il botolo reietto si illude che la passeggiata al quale viene condotto gli regalerà svago e premure. Si rivolge, poi, direttamente alla persona che medita di abbandonare, forse con la speranza che qualcosa nell’intimo lo dissuada dal compiere lo scempio.

In Achille traspare un ottimismo, verso le persone, che non mi sento di condividere. Perchè, da ciò che scrive, si ha l’idea dell’abbandono come devianza sociale di pochi rei, meritevoli di sanzioni penali. Non è così! Le statistiche non confortano la sua tesi. Nel nostro paese l’abbandono è reato perchè poi leggiamo certe notizie:

La ormai estinta fauna selvatica viene accusata di cibarsi delle greggi. Falso!

Leggete:
Vergogne italiane, il randagismo di cani e gatti di Marina LESSONA FASANO
già autrice de “Le Orme dell’amore” 2007 - Rubbettino Editore

Del resto, io non volevo concentrarmi sulle motivazioni sociali che spingono a disfarsi del botolo. Queste sono a noi tutti ben note. No! Io volevo far prendere coscienza della profondità del dramma dal punto di vista del cane. Il cane non capisce le nostre logiche, come ho già asserito, ritiene di essere lui in difetto verso la famiglia!

Riflettete.

Senza nulla a pretendere
pksoft
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P.S.
Achielle della ragione, secondo me hai torto! ;-)
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P.P.S.
Ci troviamo nel periodo dell’anno nel quale occorre ricordarsi delle opere meritorie della

Federazione Italiana Cani Abbandonati
Per il recupero psicologico dei botoli reietti!

Oppure del trattamento che noi “esseri umani” riserviamo ai nostri compagni di viaggio qui sulla Terra.

Machinima :: E’ bell’ ‘a staggion’

Gennaio 22nd, 2009

Progetto machinima di pksoft.

Created in Moviestorm

è bell’ ‘a staggion
Anonimo sannita

Il motto dell’Anonimo sannita, già pubblicato su queste pagine con il titolo “Sanniti si nasce“, è stato di ispirazione per il machinima :: staggion.

Il machinima tratto dai pensieri dell’Anonimo sannita è un atto unico diviso in due scene. L’inverno grigio e triste, si contrappone all’estate a’ staggion. La natura si sveglia. La luce ed il calore stimolano il protagonista a guardarsi attorno con rinnovato interesse. La colonna sonora è realizzata da pksoft ed il doppiaggio, pure. Seguono gli immancabili titoli di coda.

Lo trovate all’interno dello stanzino della FUFFA. Uno solo il formato video disponibile - .wmv ho notato che viene scaricato più favorevolmente dal pubblico - pesante circa 3 MegaByte, per una durata complessiva di meno di due minuti. Realizzato tramite software moviestorm - per le animazioni - ed audacity - per l’audio.

Buona visione.

Senza nulla a pretendere
pksoft
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P.S.
Per procurarmi profitto e pubblicità ho pubblicato questo machinima sulle pagine della comunità dei registi moviestorm
regista :: pksoft

Impostazione pagina “Fan club Monica BELLUCCI”

Gennaio 10th, 2009

[SOSPESA]

La pagina “Fan club Monica BELLUCCI” recentemente è stata da me ridimensionata. Originariamente avrei voluto progettare (ex-novo) una funzione per registrare il sostegno del publico verso le iniziative promosse da pksoft.it. All’epoca il Tuscio mi aveva esortato a realizzare almeno un contatore dei sottoscrittori. Un totalizzatore che mostrasse il gradimento dei visitatori.
Non ho realizzato nulla di tutto ciò. L’idea è rimasta sbozzata in un angoletto dello Stanzino della FUFFA.

PQM: Ho deciso di fare pulizia nello stanzino.

Senza nulla a pretendere
pksoft

Machinima

Novembre 13th, 2008

Nuovo progetto machinima, di pksoft.

Tale progetto consiste nella messa in scena dei contenuti del deposito tramite machinima.

Che cosa è il machinima? Vi starete chiedendo. Machinima è un neo-logismo che nasce dalle parole Machine e Cinema. Ovvero una tecnica per la creazione di video tramite software di animazione computerizzata, o addirittura, sfruttando il software di videogiochi commerciali. Largamente usato nel mondo del cinema per la realizzazione di previz. Il previz è la ricostruzione al computer, delle scene da girare, al fine di semplificare la messa in opera di azioni pericolose o complesse. In pratica, un prototipo sul quale sperimentare le inquadrature ed il movimento degli attori, prima di dare il ciak.
Tale tecnica può, però, dar luogo a filmati che vivono di vita propria.

Pksoft, in ottemperanza agli obiettivi prefissati nella frase di apertura del deposito d’opere d’artigianato mentale […Gli artigiani hanno come traguardo finale il sogno di veder approdare la propria ideazione in altri ambiti creativi: libro stampato, raccolta di racconti, fumetto, gioco di ruolo o di carte, video-gioco, pellicola cinematografica e cartone animato…] ha deciso di cimentarsi nella quarta arte del XX secolo coinvolgendo, come al solito, i suoi numerosi collaboratori.

Il primo esempio, delle potenzialità del machinima, è un saluto a mia moglie iQ (moje=cuccilò) con colonna sonora - realizzata da pksoft - e doppiaggio recuperato dalla memoria del mio harddisk. Segue un ringraziamento alla Signora per la pazienza dimostrata e gli immancabili titoli di coda. Lo trovate all’interno dello stanzino della FUFFA. Sono due i formati video disponibili - .avi e .wmv - entrambi pesanti circa 3 MegaByte, per una durata complessiva di meno di un minuto. Realizzati tramite software moviestorm - per le animazioni - ed audacity - per l’audio. I due video sono direttamente reperibili alle pagine:

fatemi sapere cosa ne pensate! Sia del progetto, sia del primo esempio realizzato.

Senza nulla pretendere
pksoft

Campagna statistiche

Ottobre 25th, 2008

Cari lettori,
la campagna statistiche è fallita!
Ho deciso di cancellare il supporto alle statistiche interne (realizzato tramite motore interno appoggiato sulla banca dati di pksoft).
Avevo dato spazio a tale iniziativa al fine di fornire un servizio di qualità a quanti ne avessero fatto richiesta. La domanda è stata tanto scarsa da non giustificare il tempo spesoci, da cui la chiusura.

Senza nulla a pretendere

pksoft

Le prediche di massa

Settembre 24th, 2008

Le chiese francescane gotiche 1270 (santa croce di firenze) differiscono dalle imponenti chiese benedettine 1240 (santa maria novella di firenze) per l’agilità della navata principale.

Rendendole le prime chiese degli ordini mendicanti, concepite per le prediche di massa.

A mio avviso, avere delle strutture adeguate alla predica di massa permise una miglior diffusione del punto di vista “francescano”. Portando gradualmente all’affermazione di questa visione.

Tale processo ha determinato i moderni orientamenti della chiesa cattolica.

Girl interrupted: suicidio n. 195/2008

Agosto 20th, 2008

Il suicidio perfetto avviene ogni sera alle 19.30. Ho una vita ufficiale troppo movimentata, e qualche vita parallela da smaltire. Decido spesso di chiudere in bellezza tutti i conti aperti. Il suicidio di ieri però non è bastato, e non basterà neanche quello di domani. Devo farlo oggi. Mi lascio il lavoro alle spalle. Scendo dal treno, dove ho maturato il mio suicidal mood, lungo come un Intercity (ma non succede così a tutti i pendolari?). Penso ad un modo diverso ed originale per farla finita. Un incidente in moto fa audience ed è molto glamorous. Salgo sulla Yamaha, metto in moto e accelero nervosamente. Mi taglio la strada. Faccio finta di perdere il controllo, e cado dritta dritta sul ciglio. Tutto quello che riesco a fare è sbucciare le ginocchia ai pantaloni di Gucci, presi in saldo. Tentativo di morire col motocross fallito, ma posso ancora farcela. Mi avvicino al fiume. C’è il pericolo che porti via tutti i miei guai. Non mi faccio abbindolare, e rimango fermamente suicidal. Posso buttarmici dentro come e quando voglio. Posso volare dal ponte vestita da impiegata sottopagata. Il fiume è secco e arido come me. Non riuscirò mai ad affogare in 10 cm. d’acqua, non ci sono mai riuscita neanche quando ero piccola, col bagnetto. Molto strano, certe volte annego facilmente in un bicchier d’acqua. Sono come Ofelia, suicida d’acqua dolce. Invece, finisco per sporcarmi il culo di fango. Oh fessa! Se non voglio dormire sotto ad un ponte devo guadagnare la riva. Ci deve essere un modo per morire in santa pace, in maniera del tutto metropolitana, far ridere i tabacchini, far piangere le mamme coi bambini. C’è un cartello che mi indica la via: “Suicidio, per di là”. E’ la mia ora. Attraverserò l’incrocio fuori dalla zebra, e magari sotto ad un auto. In fondo sono una che passa sempre col rosso, il verde non l’ho avuto mai. Mi butto. Passa una macchina sopra alla mia schiena. La zebra adesso è sul pantalone in saldo. Mi volto a guardare il mezzo che mi ha steso, ma non mi ha ucciso. Una Panda? No. E’ una di quelle scatoline di latta che si guidano senza patente. L’autista ce l’ha messa tutta per farmi fuori, ma mi sono incastrata nel motore. Gli ho distrutto il semiasse. Non hanno neanche potuto ritirargli la patente, appunto. Mi pare un dejà vu. Sono ancora in tempo per la metropoli. Alla metropoli riuscirei a vendere grattacieli fucsia e pettini senza denti, se non fosse per le ginocchia sbucciate e il culo marrone. Mi affido a lei per compiere il mio destino, prima che scenda la sera. Con il buio non vedrei più il cappio, inciamperei facendomi di nuovo male al culo, e ancora viva.

Ho le chiavi della città. I centri commerciali sono ancora aperti, per aspiranti suicida. C’è il suicida low-cost, che la morte se la compera scontata, e si strangola con un reggiseno di Intimissimi da 10 euro, e c’è il suicida first class, che sceglie invece di ingoiare la LV di una fibbia Vuitton, per spaccarsi l’esofago con merchandise francese. Il futuro morto di fascia alta voleva tanto fare l’ high flier, avere un lavoro nella city londinese, scopare col jet-set e cagare tartufi, ma evidentemente ha fallito. Rimane solo il gloss, la cover patinata. Pretende comunque una fine very expensive, e degna di ciò che millanta. Sarà la ciliegina su un’esistenza fatta di bugie. Io faccio parte della seconda categoria. Con l’affaire suicidio, faccio lunghi discorsi ogni giorno. Laureata fallita, di Armani vestita, wannabe city slicker, e invece è spiantata. Mangio sempre al Brek, mi confondo con le matricole, e mi faccio scalare le tagliatelle dalla proletaria Brek card. Never again. Stavolta voglio morire con classe. Approdo da Cartier, la mecca delle morti preziose. Questo mese si festeggiano 100 anni di decessi col Santos al polso. Un suicida tutto leccato è appena uscito dalla boutique con un sorriso beffardo, e la sua licenza di morire in mano. Con l’ultimo TFR di sapore finanziario si è fatto una doppia C di platino, che gli servirà per tagliarsi la gola. Si è guadagnato un posto nel paradiso dei fraudolenti all’erario, salvi col condono. Il suicidio non è mai casuale. Segue la parabola finale. Prima c’è l’ascesa e la passerella in una via lastricata di falsi successi, e poi il crollo, ma quello è vero. Uno sceglie sempre di morire in grande stile, nel momento più opportuno. Quando aumenta la benzina, e non puoi più finanziare la BMW. Allora vai in treno. Allora vai sotto al treno. Quando l’Agenzia delle Entrate bussa alla tua porta, e tu non hai nulla da dichiarare (da molti anni). Mi pare già di sentire i colpi. Non avranno mai il mio CUD, quello reale. Ma non riuscirò a giustificare i miei voli pindarici con un estratto conto sempre più piccolo. Meglio andarsene in fretta, prima del ruzzolone. Il suicidio nella metropoli è sempre e solo questione di soldi, perchè così gira il mondo.

Entro da Cartier per il mio golden fix. Ci sono comode poltrone da relax prima del mio momento, qualche suicida che baratta il Pasha vecchio con il modello nuovo. Mi chiedo come lo useranno per morire. Semplicemente fermeranno le lancette dell’orologio. Domando di vedere un Trinity, qualunque cosa esso sia. Mi fa sentire più vicina a Dio. Ma è solo un banale anellino. Non certo l’anello mancante tra me, e quello che c’è dopo. Al massimo potrebbe stritolare il mio ego. Mi fanno annusare un collier della collezione Love. Sento il profumo della morte dorata. Guardo l’aiuto-suicidatrice dietro al banco, lei mi sorride di rimando. Metto lo strangolino attorno al collo e stringo forte, finchè rimarrò col fiato sospeso. Mentre procedo col soffocamento, accorre la responsabile suicidatrice gridando: “No, non qui! Vada fuori che ci sono i fotografi, e faccia vedere bene il collier! Ah, dimenticavo, sono 15.400 euro, e non accettiamo pagamenti dilazionati per ovvie ragioni”. “Non ci sono sconti se compero il collare per il suicidio del cane?”. “No, la morte non fa sconti”. Ma io non posso certo farmi beccare dai paparazzi con le ginocchia da calciatore, fosse l’ultimo dei miei giorni. Infilo la back door senza saldare. Il gioiello torna in cassaforte e attende la prossima emergenza. Scappo lontana dall’alienante città, dove i trapassi non avvengono mai. Dicono, a ragione, che la città è sempre viva. Avrò più fortuna se imbocco la campagna.

Sono le 19.30. Il sole splende ancora. La mamma e il cane se ne vanno a spasso nel campo. Entro in casa. Visto che lo shopping in centro non ha funzionato, mi cucino il solito decesso dei giorni feriali, molto sano e casereccio. Apro il freezer, afferro la vasca del gelato (vaschetta è troppo piccolo), e mi stendo sul divano, davanti alla TV. Faccio finta di guardare, ma l’occhio cade stanco. Sono un vecchio in geriatria, una casalinga che ha bisogno di un idraulico. Ogni tanto faccio zapping, se il suicidio si fa noioso. Metto la testa nella pentola a pressione. Mi riempio la pancia di fragola e bacio, fino a scoppiare. Gli occhi incollati allo schermo, la bocca incollata all’ Haagen Dasz. Sciacquo tutto con la coca-cola, mi sbrodolo la maglietta. Magari rutto l’aria infetta. E intanto il tempo passa lento. Adoro morire così tutti i giorni. Amo i sapori semplici. Il suicidio a Suburbia arriva senza drammi, nei giorni di sole. Nessun fotografo, nessun festeggiamento. Si consuma silenzioso tra il frigo e l’ultrapiatto, con l’eccitante quiz televisivo in sottofondo. Se muoio davanti al mio programma preferito, nessuno se ne accorge. Nessuno mi reclama.

Ho le ore contate, ma non me ne vado mai. Anzi, tengo una pallina di Haagen Dasz per il suicidio di domani.

La ricetta per questo suicidio è molto semplice, vi servono pochi ingredienti:

  • 100 litri di acqua alla gola;
  • una forma mentis Trial & Error, perché il suicidio va tentato più volte. Prima o poi vi riesce davvero;
  • una boutique di Cartier per darvi degna sepoltura.

Caos calmo

Agosto 18th, 2008

Questo è un pezzo su mia sorella Vanessa, a cui sono molto affezionata (in particolar modo da quando si è trasferita, con baracca e burattini, in centro a Firenze). Mia sorella era una specie di ribelle, lunga e magra, già da quando era molto piccola. Non ne voleva sapere di andare alla scuola materna, se non il Martedì Grasso. Aveva già capito come gira il mondo. In occasione del Carnevale 1978, era arrivato anche il fotografo del paese. Anche lui frequentava l’asilo solo il Martedì Grasso. Radunò i bambini per le foto di gruppo. Mia sorella si mise in posa, mascherata da fatina, e si fece ritrarre in istantanee che ci ricorderemo per tutta la vita. Nei giorni successivi, mia madre andò al negozio del fotografo per gli scatti ufficiali della fata turchina. Visionò il materiale. C’era una bambina con un uomo verde in faccia. Guardò meglio. Era sua figlia minore. Mia sorella spuntava con questo bellissimo costume fairy fatto in casa, ma con un finishing touch tutto personale, una maschera da mafioso con gli occhi a palla e il mustacchio vero, calata sul viso. Non concesse neanche un clic da fata regolare. Appariva in tutte le foto possibili, ma sempre con la mezzafaccia di PVC verde sotto il cappello a punta. Non era certo la cocca delle suore. Ma che traumi poteva aver avuto? Gli altri bambini erano semplici Arlecchini e graziose damine del Settecento, probabilmente dei futuri statali. Mia sorella era già uno scatto avanti, verso l’anarchia. La variazione del tema fu una gioia per mia madre che aveva cucito l’abitino tutta la notte. Alle medie era sempre lunga, magra e ribelle, ma brufolosa no, questo mai. Come all’asilo, anche a scuola era un pelo univoca, non le andava giù nessuna materia, se non il disegno (libero si intende). Disegno libero sui banchi, su fogli immensi, disegno liberissimo sui muri del condominio, perché la bimba voleva esprimersi sugli spazi comuni. La fata camorrista amava anche firmare le sue opere d’arte a letteroni cubitali sotto il davanzale della Teresina, che non ci fossero dubbi sulla loro paternità. Animali giganteschi dappertutto e la scrittona “Vanessa”. Ma se mia madre disegnava naif… Da lì abbiamo imparato cosa sono i murales. Da lì abbiamo imparato cosa sono i vicini.  Da brava ragazza di chiesa, a tredici anni andava in Duomo e benediva  la sua baby gang  con l’acqua santa, o rubava le foto dei necrologi per fare simpatici collages di morti. Abbiamo lasciato perdere quindi la ragioneria e l’abbiamo iscritta, senza esitazioni, al liceo artistico. Le superiori se le fa con un’autostrada ossigenata in testa, e il resto dei capelli abbastanza nei binari. Non è tagliata con l’accetta, ma sono già gentili a chiamarla Ranocchio. Il liceo sfocia nell’Accademia di Belle Arti di Venezia, che sfocia naturalmente in disoccupazione prolungata. Il CV è 100% artista talentuosa, incompresa e spiantata, che naviga in un mare di collaborazioni. Con tanto precariato, ci aspettavamo una bomba ai compagni raccomandati alle gallerie di vetro Murano, o almeno una sana incazzatura contro l’art establishment locale. Invece no. Anche se il vetro Murano non la vuole, Vanessa è un’artista relax, già arrivata, sebbene appena partita. Non è un cane rabbioso con le treccine insaponate, di base a Marghera. Non tocca più alcol o acqua ossigenata. Frizzante sì, ma come la Ferrarelle. Fa spallucce alle sacche di disoccupazione e comincia a cimentarsi con le tele. Dopo un primo periodo di assestamento formale, dove cerca di fare la dura con Schiele e col seppia, diventa una fucina di quadri di sapore quasi rinascimentale, tutti su sfondo arancione, bellissimi, decisi e molto maturi. Niente nero depresso. L’arancione è il nuovo spleen pittorico. Il conto arancio, la banca stilistica di mia sorella. E così è nella vita, un Piero della Francesca con la terza di tette, e con un buon trampolino alla piscina comunale. Quando non dipinge il culo di un locale su commissione, si iscrive ai corsi di nuoto del mattino, e fa a gara con le suocere in mutandoni. Dopo varie divagazioni, nuotando tra i colori ad olio e la foglia di rame, al culmine del genio creativo, l’artista approda alla minestra della mamma, e se ne innamora follemente. Il dado è tratto: è addicted to soup. Usa il sale grosso come sostanza stupefacente e si stupefà se gli altri non cadono vittime dell’orzo. Brodino caldo e vasche in piscina fanno da colonna sonora alla sperimentazione su tela. Prova di tutto, ma il suo stile preferito è sempre la rana. Avant-garde è la pastina a forma di stella. Mentre per tutti Vanessa è the next big thing che aspetta di essere scoperta, per me è semplicemente Nonno Vane, una vecchia coperta. Tesse la sua carriera tra scrupolose cerette di boschi tranquilli e vernissages, tra Maria de Filippi del sabato, e la collettiva di giovani talenti. Nonno Vane quando torna da Firenze si rifugia in campagna, riscuote la pensione e cucina nasello. E’ regina di gardening al rallenti. Anche i suoi fiori crescono piano. Non arriva a vedere i programmi in prima serata, si accontenta della Tata. Se non è TV time, tira fuori canvas e cavalletto e intermezza schizzi a thè con biscottini, con cadenza di impiegata postale. Getta i semi della rivoluzione e poi raccoglie pomodori. Più che cutting-edge, Nonno è molto cutting vegetables. Non è estranea a partite a carte. A riposo, si spalma doposole SPF 150 per prevenire il melasma dell’età, e per fare schermo ultratotale ai fastidi del mondo esterno. Tra le due e le quattro cessa totalmente di esistere. Non toccarla se in modalità sleep. Tanto, se bussi non risponde. Dorme un sonno apparente, perchè il resto del tempo ha la sua dimensione. Basta trovarla. Ogni tanto riapre gli occhi. Si alza dalla chaise longue e bagna i fiori con tocco senescente. Ma il telefonino è high-tech, sempre in linea con l’intelligentsia dei bacari fiorentini. Lei che ha sempre trasceso i confini dell’incertezza intellettuale: fa colloqui di lavoro unicamente a Palazzo Pitti, non perché raccomandata, ma perché ce l’ha di fronte a casa. Non è mai stata emergente. Tutto questo è per emo kids. Se vuoi vivere sempre tranquillo con Granpa e la sua arte, devi seguire delle semplici regole per il rispetto dell’ordine e della quiete. In questi anni di saggezza esponenziale, Nonno Vane ha gettato le basi del Nonno’s law. Un Vecchio Testamento per gente giovane. Non c’è gran margine di interpretazione e noi ascoltiamo la voce dell’incontinenza. Tra le pareti domestiche, non puoi ruttare a squarciagola, Nonno ti consiglia di farlo come esperienza privata. Non ricorda che era campionessa di rutto karaoke. Prima della tavolozza, c’è la tavoletta. Se pisci a porta aperta, Nonno ti ricorda della Privacy, non so se la sua o la mia. Per non parlare dello sciacquone indiscriminato. Nonno odia i rumorini molesti sopra i due decibel, e li stempera con tappini gialli piantati nelle orecchie. Non si sente più volare una caccola. Nonno è un pò precisino. Fa primo, secondo, contorno, e soprattutto filetto. A tavola profonde pesci e galateo: Thou shalt not speak with your mouth full. Fa lo screening completo della tua pausa pranzo, tanto che mia madre ha imparato a mangiare come nei film muti, e dopo di lei, anche il cane ha messo il silenziatore alle crocchette. A cena, sono tutti e due afoni, mangiano, deglutiscono e vanno alla toilette in sync. Nonno argomenta l’arte senza intercalare mai la bestemmia. I Dio Can che ci emancipano dall’artista nazista, sono assolutamente verboten dalle 4 in poi, quando Nonno rientra in casa dal piantar rucola. Non fa gran giri di parole, è una cultrice del monosillabo e fan dello Zingarelli Ridotto Si, No, Non so. Ultimamente c’è anche Salmone. Il resto è risparmio energetico.Come tutti i pensionati per i loro affezionati parenti, anche Nonno Vane è una continua sorpresa per la sua famiglia. E’ una fabrika di lavori domestici, e quando è di buona luna, perde le grucce e fa miracoli di ristrutturazione ai confini con la carpenteria. E’ il Nonno Lab. Con la barchetta in testa, ruzzola mobilio vecchio sotto il porticato di casa, e gli regala un’altra decade  di vita con mani di colore. Anche se la vena artistica è un pò ingrossata, riesce a far rivivere i morti. Si appende al soffitto e attacca chiodi, fa un pò di giardinaggio calmo e si arrampica di nuovo con braccia geriatriche. E’ una scaricatrice di porte ed insiste per rivisitare gli infissi. Lancia l’idea della scultura di colla-segatura, colla-gene, colla-cacca, il cui impasto è ancora nel frigo, e nessuno ha coraggio di gettarlo via. Poi chiude il Nonno Lab per altri tre mesi, e torna alla merenda con la minestra. L’occhio del genio ci regala sempre un mondo nuovo, peccato che si chiude alle dieci. I suoi bioritmi hanno il colore della camomilla. Per distorglierla da tutte queste fatiche, Nonno è stato invitato più volte dalla sottoscritta a fare delle uscite serali. Puntualmente declina in favore di eccitanti DVD che può guardare anche mentre si toglie il baffo. Sulla sua faccia, scolpita la movida jesolana che non ci sarà più. E’ fermamente istradata sul prepensionamento del week-end: fa una route 66 di parole crociate fino alla domenica, giorno in cui non si lavora. Con la delicatezza terminale dell’anziana che non distingue il vero dal falso, quando Nonno apre l’armadio sceglie solo Gucci e Prada e fa finta che non si è accorta di nulla, tanto a lei fa lo stesso comprare ai magazzini del lavoratore. Nonno ha fatto un buchino sul maglione da 300 euro, ma è stata una tarma. Nonno ha perso il Ray Ban dell’ultima ora, ma ne verranno degli altri. Nonno non mette un euro per la crema lisciante di Dior formato famiglia, ma ti ritorna un tester. Nonostante mia madre sia anche lei vittima del Vecchio Testamento, Nonno Vane, lei e il cane, sono diventati migliori amici, via telefonia mobile. Sfruttano tutti i minuti di conversazione gratis della prepagata Wind, e stanno mezze ore all’apparecchio a discorrere del mutuo, e tutti i begli anni tranquilli che ancora rimangono per pagarlo. Nonostante la sveglia col fuso fiorentino, Nonno ha la pelle di un’adolescente ma le pile di un’ottantenne. E’ nel braccio della connivenza con tutto ciò che è di mezza età: resiste mezzo minuto sotto il sole, mezzo secondo ad ascoltare i discorsi della gente (compresi i miei), due ore e mezza in posizione verticale, il resto deve fare un break orizzontale sull’amaca. Credo vada d’accordo solo con la propoli. Nonno d’estate va a  letto all’ora dei vicini, d’inverno sta bene in un presepe riscaldato. Viaggia a costo zero con i punti Coop, o sulla sua destinazione preferita Ryan Air: Oslo, terra di fiordi congelati che lei ha scambiato per graffiti. Sostiene che è una ragazza sveglia, ma poi sbadiglia. Per fidanzato si è scelta un calabrese col pennello grande, con cui può fare sempre pausa. Dice che era lì in piazza, a portata di mano. Assieme mangiano tutto il giorno filetto, dormono, vanno al lago col costume intero, dormono di nuovo. Il massimo del brivido per Nonno è il campeggio con tenda e pennello calabrese (dove si mangia sempre filetto). Se Nonno certi giorni deve scegliere tra una Vernice e il quiz delle 19.30 io so già cosa fa. Il genio corre sul filo di Canale 5. Non canna una domanda. D’altronde, ha tutte le risposte pronte.Nonno in tutti questi anni ha insistito per dipingere indossando solo capi griffati. Adesso sono schizzati anche loro. Noi li teniamo da conto come opere d’arte dell’artista, nel caso in cui un giorno valgano miliardi.

La nostra fortuna è che Nonno agisce da solo, non ha nipoti.

Luca CAPONE

Agosto 6th, 2008

Il nostro Luca C., fotografo di punta e collaboratore di pksoft, ha deciso di rivelare per esteso la sua identità al mondo.
Troviamo il suo nome nelle didascalie delle foto da lui scattate con sprezzo del pericolo, da posizioni impossibili e da luoghi impervi. Preziosa la sua collaborazione, nel reperimento di testimonianze del passato.
Il Capo Redattore si adopererà affinchè il suo nome appaia per esteso in calce a tutte le sue opere. Poichè esse sono centinaia, la modifica manuale dei testi si protrarrà, presumibilmente, per tutta l’estate.

Ecco il suo profilo completo.

  • Nome: Luca CAPONE
  • Ruolo in pksoft: Fotografo/collaboratore
  • Località: Olevano sul Tusciano (SA) - Italy
  • Interessi: Fotografia, Agronomia, Chimica
  • Occupazione: In attesa prima occupazione
  • Biografia:
  • Nato nel 1988 sotto il segno del Cancro;
  • Diplomatosi Perito Chimico nel 2007;
  • Tra una foto e l’altra si dedica alla gestione di un fondo agricolo e si presta allo svolgimento di attività di alto valore sociale.

Una nuova specie di delfini in Australia

Agosto 2nd, 2008

Western Australia Kimberley,
alcuni ricercatori del WWF hanno avvistato un gruppo di delfini dalle caratteristiche insolite. Tali da far pensare ad una specie sconosciuta. I delfini, caratterizzati da una testa arrotondata e da un muso meno pronunciato, erano già stati avvistati tre anni fa. Lo scopo della ricerca è accertare, tramite il test del DNA, se ci si trovi di fronte ad una nuova specie. L’importanza è enorme, sono almeno 50 anni che non si verifica la scoperta di una nuova specie.



Questa notizia è carica di speranza, perchè riguarda la seconda specie più intelligente del pianeta, dopo i topi. I topi, ci diceva Douglas Adams, sono qui per testare il progresso evolutivo della razza umana. Indubbiamente perdiamo molti punti, ai loro occhietti, per il trattamento che noi “esseri umani” riserviamo ai nostri compagni di viaggio qui sulla Terra. Alcuni di noi considerano: i delfini, i pinguini, le foche ed altri predatori, nostri concorrenti nella pesca.

Competitori pericolosi, da uccidere.

Ritengo che sia il nostro metodo di pesca ad essere sbagliato. I predatori marini, sono selettivi nella loro opera, alcuni arrivano a mangiare anche un solo tipo di aringa. Noi no!
Per riuscire a catturare, con le nostre reti, una quantità economicamente valida di pescato. Depauperiamo il mare di tonnellate di altri pesci meno pregiati che, ad andar bene, ritornano morti in acqua. Non conviene portarli al mercato, non è redditizio. Quando questo accade per i pomodori, pazienza; anche se c’è chi muore di fame! Ammettiamolo anche per gli alberi meno pregiati delle nostre giungle e foreste, abbattuti per far posto alle macchine incaricate di prelevare TEAK e altri legni pregiati.
Parafrasando una frase del film della Warner bros: Happy feet. Vogliamo vivere in un mondo dove non esistono più: pinguini, delfini, gabbiani o pomodori ammaccati che marciscono?

La biodiversità del pianeta è il fattore che ci farà progredire nella nostra evoluzione: medica, scientifica e umana. I topi saranno costretti ad aumentarci i voti, indipendentemente dal loro, ben noto, disincantato cinismo.

CITAZIONI:


La notizia è stata riportata in un filmato apparso su “La STAMPA” del 1° agosto 2008