Giuliano l’apostata

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FLAVIUS CLAUDIUS IULIANUS

ovverosia

GIULIANO l’apostata

Dopo quasi 1700 anni è giunto il momento di rendere giustizia a Giuliano, uno dei personaggi più interessanti del basso impero, ad un uomo di cultura e di azione, ad un saggio amministratore, ad un imperatore che coltivò sogni impossibili come quello di restaurare il paganesimo, fermare il crollo dell’Impero, far rinascere la cultura ellenistica, arrestare la decadenza dei costumi e moralizzare la società. Il suo sogno non poteva avverarsi soprattutto per ragioni anagrafiche.

giuliano.jpg Giuliano l'Apostata - Immagine presa da http://www.storiadimilano.it/

Giuliano, infatti, entra in scena quando il Cristianesimo era trionfante da almeno 50 anni. Esso si era ormai affermato nelle città ed era diventata la religione degli stessi imperatori, mentre le divinità elleniche resistevano arroccate solo nei villaggi e nelle campagne. Possiamo dire, a ragion veduta, che si erano invertite le parti: era il paganesimo ad essere tollerato, mentre adesso vittima era l’elemento ellenico e politeista. Era troppo tardi per tutto: la Storia era andata troppo avanti per consentire opere di restaurazione ed una sola vita, anche molto lunga, non sarebbe bastata. Fosse vissuto due secoli prima (all’incirca ai tempi di Marco Aurelio, l’imperatore filosofo che pure perseguitò i cristiani alla pari di Decio o di Diocleziano), probabilmente Giuliano sarebbe riuscito nel suo intento e il cristianesimo sarebbe rimasto una delle tante sette religiose del tempo.

Giuliano, purtroppo, ebbe la stessa sorte di Capaneo: fulminato dal dio per aver osato sfidarlo. Con lui la Chiesa cattolica non mise mai in atto il precetto cristiano del perdono predicato da Gesù Cristo: non gli perdonò mai quel tentativo che in altri tempi avrebbe potuto esserle fatale. Tutti, prima o poi, sono stati perdonati, anche San Pietro, che aveva rinnegato il Cristo, anche coloro che il Cristo avevano crocifisso. Sono stati perdonati assassini, ladri, parricidi, infanticidi, deicidi, sterminatori di popoli; anche per Giuda è stata trovata qualche giustificazione. Solo per Giuliano non si è mai avuto pietà. Nei suoi riguardi la Chiesa è stata spietata: non solo non ha avuto mai parole “cristiane” verso di lui, ma ha tentato di oltraggiarlo, di umiliarlo, di cancellarne anche la memoria. Il motivo di tanto odio, di questo accanimento ostinato sta nel fatto che il giovane imperatore aveva davvero colpito duramente il cristianesimo, attaccandolo con intelligenza ed abilità e forse, se ne avesse avuto il tempo, avrebbe potuto davvero distruggerlo.

Chi era Giuliano?

La vita

Flavio Claudio Giuliano, figlio minore di Giulio Costanzo (fratellastro dell’imperatore Costantino I il Grande), nacque a Costantinopoli nel 331. Nel 337 la sua famiglia fu sterminata dal cugino Costanzo che sedeva sul trono imperiale a Costantinopoli. Dal massacro si salvò solo Giuliano, perché ritenuto troppo piccolo, e suo fratello Gallo, perché afflitto da una malattia che sembrava non dovergli lasciare scampo.
Cresciuto in ambiente cristiano e battezzato al Cristianesimo, Giuliano, però, fu accuratamente educato dal suo pedagogo, l’eunuco Mardonio, al culto ed all’ammirazione dell’ellenismo. Avvenne così che, imbevutosi di tradizioni pagane negli studi compiuti a Costantinopoli, Atene, Milano e attratto dal misticismo neoplatonico, per l'influsso specialmente di Libanio, il futuro imperatore si iniziò al culto di Mitra. Nel 351, ad Efeso, Giuliano addirittura abiurò la fede cristiana, una fede che in realtà non aveva mai avuto, e rinnegò il cristianesimo dal quale non era stato mai attratto e del quale non aveva mai intimamente fatto parte. Per questo motivo più tardi gli venne dato da Fozio il soprannome di Apostata, un appellativo che voleva essere un’ingiuria e con il quale oggi è conosciuto. In ogni modo, appena gli fu possibile, Giuliano diventò il più fiero avversario di quella religione che egli vedeva come una mina per l’impero e per tutto il mondo ellenico ... non fu questo, però, che lo rese più grande o lo diminuì del suo valore di uomo, filosofo, letterato e imperatore.

Giuliano fu indubbiamente uno dei rari casi nei quali un filosofo e pensatore si dimostra uomo d’azione di straordinaria potenza. Il fedele storico Ammiano Marcellino, che bene lo conosceva per essere stato al suo seguito, dice di lui: “… tanto splendette da essere giudicato per la sua prudenza un nuovo Tito, eguale a Traiano per i successi in guerra, clemente come Antonino e, nelle indagini astruse della mente, paragonabile a Marco Aurelio”. Si potrebbe obiettare che il giudizio di Marcellino fosse condizionato dall’ammirazione personale per l’amico imperatore ... e vediamo, allora, cosa ne pensava secoli dopo un filosofo che non aveva conosciuto Giuliano, ma che metteva al primo posto la ragione: “Due o tre autori mercenari o fanatici parlano del barbaro ed effeminato Costantino come di un Dio, e trattano come uno scellerato il giusto, il saggio, il grande Giuliano (… omissis …) Giuliano è sobrio, casto, disinteressato, valoroso, clemente; ma non era cristiano ed è stato considerato per molto tempo un mostro (… omissis …) … si è costretti a convenire che Giuliano aveva tutte le qualità di Traiano, tranne quel gusto particolare che è stato così a lungo perdonato ai Greci e ai Romani; tutte le virtù di Catone, ma non la sua ostinazione e il suo malumore; tutto ciò che fu ammirato in Giulio Cesare e nessuno dei suoi vizi; egli ebbe la continenza di Scipione. Infine, fu in tutto uguale a Marco Aurelio, il primo degli uomini." (Voltaire – Dizionario Filosofico). E non dimentichiamoci, poi, di Libanio che osò addirittura lodarlo davanti all’imperatore Teodosio.

Che dire a questo punto? Come dar torto a questi autori che vantano quel grande imperatore? Uomo di studio e di pensiero, messo di fronte a situazioni pratiche e di estrema difficiltà, Giuliano si rivelò inaspettatamente uomo d’azione di eccezionali qualità.
Nel 355, suo cugino, l’imperatore Costanzo, lo nominò Cesare e lo inviò nella Gallia minacciata dai Franchi e dagli Alamanni. Con ogni probabilità l’imperatore voleva disfarsi del cugino che cominciava a diventare ingombrante ed una sconfitta di quello probabilmente nell’intimo sarebbe stata meno amara di una vittoria che pure era necessaria per le sorti dell’impero. A prescindere dai desideri reali dell’imperatore Costanzo, Giuliano con la difesa di Sens (356) e la grande vittoria di Strasburgo sugli Alamanni (357) ne assicurò i confini respingendo i barbari oltre il Reno e con oculate riforme ne migliorò l’amministrazione.

Nel 360 le truppe al suo seguito, reclamate in Oriente da Costanzo, lo proclamarono Augusto. Con esse si mise in marcia contro lo stesso Costanzo, ma lo scontro non avvenne perché questi, che pure si stava apprestando a combatterlo, morì nominandolo, nel novembre del 361, unico imperatore. Entrato in Costantinopoli, Giuliano, profondamente convinto della superiorità culturale della civiltà ellenica, iniziò un’effettiva restaurazione del paganesimo, senza, però, ricorrere alle persecuzioni tipo Decio o Diocleziano: promulgò varie leggi tese a restaurare il paganesimo a danno del cristianesimo; restaurò templi; riorganizzò i sacerdozi; riformò l'amministrazione dello Stato, favorendo nell'insegnamento e negli alti impieghi gli elementi pagani ed escludendo i cristiani che con disprezzo chiamava “galilei”. Bisogna dire che ci troviamo di fronte ad una sottile forma di persecuzione (oggi diremmo intolleranza), meno crudele ed appariscente di quelle passate, ma sicuramente più efficace perché toglieva al cristianesimo il seme che lo faceva proliferare: il sangue dei martiri. Questo dimostra, ancora di più, l’intelligenza e l’acume del giovane imperatore: trovare il modo per colpire con più durezza, ma senza darlo a vedere e, soprattutto, evitando di creare i martiri che sono linfa vitale per ogni ideologia ed ogni religione.

Aveva un valore il disegno di Giuliano? Poteva in qualche modo essere utile all’umanità? E cosa sarebbe successo se l’imperatore fosse riuscito nel suo intento ed avesse riportato il cristianesimo ad una delle tante sette del tempo? Non ha senso stare a discutere su come potevano andare le cose. Una cosa però è certa: ognuno ha il diritto di credere in quello che vuole; ognuno ha diritto di credere a niente, ma nessuno può negare che il politeismo aveva in sé qualcosa che è stato un peccato perdere: la libertà religiosa, la possibilità di credere in quello che si voleva. Con il politeismo non ci sono state mai guerre di religione, anzi … Ci resta in ogni caso la simpatia per questo grande imperatore che cercò con fervore sincero di restaurare il paganesimo: un paganesimo politeista al modo antico, ma legato anche ai misteri, che si praticavano con fervore ai suoi tempi e secondo le direttrici del neoplatonismo.

Nel 363 Giuliano partì per una spedizione contro i Persiani. Avrebbe potuto farne a meno, non c’era tanta necessità di quella guerra ed i suoi amici lo avevano pure sconsigliato … Non sappiamo perché decise quella spedizione che gli sarà fatale. Morì in battaglia a Ctesifonte il 26 giugno 363, colpito a morte da una lancia scagliatale contro nel corso di una mischia nella quale si era gettato (privo di corazza) per sostenere ed incitare i suoi. Secondo Libanio, la lancia che lo ferì a morte fu scagliata da un certo Tajeno, un soldato cristiano delle truppe imperiali, ma la cosa non fu mai confermata da fonti cristiane soprattutto per il grande prestigio e per la simpatia che il giovane imperatore godeva fra i soldati.

Aveva solo trentadue anni!

Le opere

Tra le opere di Giuliano troviamo il “Banchetto dei Cesari”, una satira piena di spirito e di saggezza. In questa opera egli passa in rassegna tutti gli imperatori suoi predecessori, da Giulio Cesare fino a Costantino, mostrandone errori, vizi e difetti. Tra tutti si salva il solo Marco Aurelio (l’unico che gli somiglia), mentre tra i peggiori (se non il peggiore) è presentato lo zio Costantino il Grande.

Il capolavoro di Giuliano è indubbiamente il “Misobarba” (“Misopogon” cioè il “Nemico della barba”), un lungo libello contro gli abitanti di Antiochia che mostravano per lui una ostile indifferenza. Quest’opera è una satira e allo stesso tempo un quadro vivissimo della corruzione di una grande città cristiana del bassa impero. Per Ammiano Marcellino, il fedele storico di Giuliano, fu addirittura una satira esagerata ed imprudente, ma forse il suo severo giudizio deriva dal fatto che lo storico era proprio di Antiochia. Questa opera, come tutte del resto, manca del lavoro di limatura, ma presenta la personalità dello scrittore e tutta la sua originalità. Avrebbe meritato di essere letto e studiato, ma la Chiesa ha osteggiato e ostacolato tutto ciò che era di Giuliano.

Abbiamo poi alcuni discorsi, tra i quali “Alla madre degli dei” e “Ad Helios” di notevole contenuto religioso, 2 panegirici dell'imperatore Costanzo, un elogio dell'imperatrice Eusebia, 2 polemiche contro il cinismo; una consolazione a se stesso per la partenza di un amico e un importante epistolario, di un'ottantina di lettere, che ci ritraggono l'uomo, ammirevole per le sue doti interiori, di pensiero e di moralità, non meno che per la sua attività.

Conclusione

In conclusione possiamo affermare che ci troviamo di fronte ad un personaggio eccezionale che supera gli angusti confini temporali entro i quali visse ed entro i quali è richiuso, per sedersi al tavolo dei grandi di ogni epoca e di ogni luogo. Dirò di più: pochi possono reggere il suo confronto e sono gli altri a doversi confrontare con il grande imperatore rimanendone in ogni caso sconfitti … e Giuliano, spirito irrequieto e sognante, ricco di sincero fervore, animato da illusioni impossibili, affascina chi gli si avvicina e lo attrae ancora oggi come simbolo di un mondo migliore.

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